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Scenario - Numero 2, Anno 2011

Quando si deve scegliere: i soldi innanzitutto?

Di Maria Benetton

Molte famiglie italiane e tutta la sanità devono affrontare
in misura crescente il problema dell’assistenza alle persone non autosufficienti, in primis gli anziani ma non solo loro.
La trasformazione demografica dovuta all’aumento della vita media, al
ridotto tasso di natalità, all’evoluzione della risposta sanitaria che ha portato a sopravvivere nonostante patologie anche molto invalidanti o comunque a stati di cronicità nel lungo periodo, ci porta a riflettere e coniugare nuovi interrogativi e nuove risposte di salute che devono, per forza, modificare l’assetto della quotidianità assistenziale.
Gli studi ci dicono che nel 2025 avremo 2 milioni di anziani in più di
adesso, con tassi di non autosufficienza intorno al 50%; e, naturalmente, ci sarà il corollario di consumi sanitari e sociali in aumento, welfare sempre più ristretto, famiglie in difficoltà con
nuclei sempre più unifamiliari, solitudini economiche, emotive, sociali. Riporto questo solo per avere una visione di quanto c’è e quanto ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro, che richiederà una decisione sulle priorità di salute e su come finalizzare le risorse economiche. Possibile che parlare di sanità ora significhi solo parlare di finanziamenti economici? Difenderemo il diritto
alla salute solo con un razionamento e con il blocco di assunzioni (che da anni non garantisce neppure il normale turn-over, altro che nuove assunzioni!). Pur essendo consapevoli che un sistema sanitario privo di vincoli economici non è possibile, non può essere che il solo costo diventi l’elemento decisorio. Può essere che affrontiamo il problema dei pazienti in stato di coma persistente, i malati di demenza, i pazienti con patologie gravi e croniche solo perché costano alla società per un lungo periodo di tempo? Possiamo parlare con minor enfasi dei malati oncologici terminali perché costano di meno? E perché parlare solo dei costi che i malati procurano e non parlare invece degli enormi costi della tecnologia non sempre giustificati dall’uso limitato o dei costi determinati dalla cattiva
organizzazione di persone e strutture? Si avrà il coraggio di dire che la promozione ed il mantenimento della salute non passa unicamente attraverso nuove e maggiori tecnologie e nel consumo esagerato di prestazioni sanitarie spesso poco utili? Si può dire, senza tema di smentita, che queste rappresentano un costo che potrebbe essere risparmiato senza arrecare danno alla popolazione.
Abbiamo un ruolo, come professionisti della salute di intervenire sulla regolazione della domanda attraverso l’informazione, il controllo e l’educazione necessarie ad esercitarla in modo adeguato e responsabile. La riflessione sul welfare-state riveste indubbiamente una posizione centrale nel dibattito europeo e le difficoltà che emergono rappresenteranno per molti anni ancora, un tema costante
della politica dei governi di molti paesi. In Italia il dibattito si è concentrato in maniera decisamente prevalente su elementi di natura economica, procedurale, sugli interventi e sulle manovre per rendere efficiente il sistema, mentre sono rimasti sullo sfondo gli elementi culturali e gli aspetti più qualitativi. Se è utopistico pensare di poter influire significativamente sulle grandi scelte o sulla politica sanitaria che si decide nei Palazzi, dobbiamo però orientare
sempre, quando ci è possibile, la scelta nella distribuzioni delle risorse nel nostro ambiente di lavoro quotidiano, usare oculatamente ed eticamente le risorse per garantire equità ed appropriatezza nell’assistenza. Salviamo la ragionevolezza nell’uso di qualunque tipo di risorsa ma non aderiamo passivamente ad una razionalizzazione
come sistema chiuso in se stesso, che non accoglie l’esperienza
di chi lavora ogni giorno nella sanità, in cui l’ economicità è l’unico ed assoluto valore. Proviamo a praticare un’assistenza che non
sia soltanto logico-ragionevole ma anche creativa, divergente, aperta a nuovi orizzonti.

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Maria Benetton. "Quando si deve scegliere: i soldi innanzitutto?" Scenario 2 (2011): 3-3

Prevenzione e trattamento delle reazioni avverse ai mezzi di contrasto. Uno studio osservazionale sulla qualità dell’assistenza infermieristica

Di Stefano Agresti, Silvia Scelsi, Fabrizio Mainiero

Introduzione: i mezzi di contrasto (MdC) sono farmaci diagnostici ad alto rischio di reazioni avverse (Adverse Drug Reactions, ADRs) a causa della tossicità dei loro composti e della dinamica di infusione intravascolare rapida. Lo scopo della ricerca è valutare la qualità dell’assistenza infermieristica alla persona alla quale è somministrato il MdC.
Materiali e Metodi: lo studio osservazionale è di tipo quantitativo a campionamento stratificato di convenienza. La raccolta dati è avvenuta tramite questionario strutturato a risposte chiuse, anonimo e confidenziale, somministrato agli infermieri in servizio presso unità operative di radiodiagnostica delle strutture sanitarie di Roma. L’analisi statistica è di tipo descrittivo.
Risultati: hanno risposto al questionario il 74,49% degli infermieri del campione, dei quali l’84,93% conosce protocolli per la prevenzione e l’82,19% per il trattamento delle ADRs ma il 76,71% non ha seguito corsi di formazione a tale proposito. L’87,67% degli intervistati dichiara di eseguire sistematicamente l’assessment infermieristico ma nel 67,12% dei casi senza l’uso di scale di valutazione dei fattori di rischio. Il 24,66% del campione non è abilitato all’esecuzione delle procedure Basic Life Support & Defribillation (BLSD) e il 54,80% afferma di assistere durante
l’esame il paziente a rischio senza la presenza dell’anestesista-rianimatore. Il 75,34% degli infermieri dichiara di educare il paziente al riconoscimento delle ADRs tardive; il 79,45% riferisce l’assenza di studenti in tirocinio presso le unità operative di radiodiagnostica.
Discussione: vi è una eccezione di conformità nell’applicazione dei protocolli presumibilmente causata da un’errata concezione degli stessi. Le evidenze scientifiche dimostrano che la miglior garanzia per garantire la sicurezza del paziente con ADR immediata non è la premedicazione ma l’intervento di primo soccorso, e il 24,66% degli infermieri intervistati non è in grado di provvedervi non avendo seguito alcuna formazione a riguardo.
Conclusioni: nella pratica clinica l’infermiere deve sistematicamente applicare protocolli redatti, condivisi ed approvati e deve essere inserito in un programma di formazione continua alla procedura BLSD. Sono raccomandate ulteriori ricerche sull’argomento.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Stefano Agresti, Silvia Scelsi, Fabrizio Mainiero. "Prevenzione e trattamento delle reazioni avverse ai mezzi di contrasto. Uno studio osservazionale sulla qualità dell’assistenza infermieristica" Scenario 2 (2011): 4-11

Indagine sul fabbisogno formativo infermieristico presso due unità di terapia intensiva generale: studio osservazionale

Di Marika Curtolo, Anita Brondani, Carla Comisso

Introduzione: il paziente critico è un soggetto esposto al rischio di malnutrizione e secondo alcuni autori, in media i pazienti ricevono tra il 63 e il 71% dell’apporto nutrizionale prescritto. L’obiettivo della seguente indagine è stato quello di identificare dei margini di miglioramento nella gestione della nutrizione enterale.
Materiali e metodi: è stato somministrato un questionario con lo scopo di esaminare le conoscenze e l’eventuale fabbisogno formativo degli infermieri in servizio presso due terapie intensive generali.
Risultati: Il 79.7% dei 75 questionari distribuiti è stato compilato (76.5% nella TI A e 82.8% nella TI B). Il punteggio totale medio ottenuto nella compilazione del questionario è di 111 (intervallo di confidenza, IC 95% 108.17-113.82), con mediana 111, range interquartilico, IQR, 106-118. Valutando separatamente i due reparti, la media della TI A è di 114.15 (IC 95% 109.8-118.4), mentre quella della TI B è di 108.66 (IC 95% 104.9-112.4).
Conclusione: i punteggi totali ottenuti dagli infermieri hanno evidenziato un buon livello formativo sulla nutrizione enterale in terapia intensiva. È stata rilevata la mancanza di un team nutrizionale in entrambe le terapie intensive ed indirettamente di protocolli di gestione interna regolarmente aggiornati.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Marika Curtolo, Anita Brondani, Carla Comisso. "Indagine sul fabbisogno formativo infermieristico presso due unità di terapia intensiva generale: studio osservazionale" Scenario 2 (2011): 12-15

La rianimazione cardiopolmonare con un compressore toracico (Lucas 1™). Uno studio retrospettivo.

Di Martina Cancian, Antonio Gheno, Maria Benetton

Introduzione: durante la rianimazione cardio-polmonare (RCP) le compressioni manuali sono appena in grado di prevenire un ulteriore deterioramento ischemico del cuore e del cervello. Negli ultimi decenni sono stati sviluppati dispositivi meccanici per le compressioni toraciche esterne per ottimizzare la compressione e di conseguenza la pressione di perfusione coronarica e cerebrale durante la RCP: uno di questi è il Lund University Cardiopulmonary Assist System (LUCAS 1™).
Materiali e metodi: è stato effettuato uno studio retrospettivo su 22 interventi con RCP in cui è stato applicato questo dispositivo. Sono state analizzate 22 schede di intervento su soggetti in arresto cardiocircolatorio (ACC) extra-ospedaliero nel periodo gennaio 2008 - luglio 2010 nei quali è stato applicato LUCAS 1™. Lo studio è stato preceduto da una revisione bibliografica sui dispositivi di compressione meccanica per RCP condotta sulle banche dati più conosciute (Medline, Cinahl, Up to Date).
Risultati: sebbene il campione sia ridotto, si è dimostrato che il miglior risultato alla RCP con LUCAS 1™ è quando il paziente ha meno di 65 anni, ha come primo ritmo cardiaco una fibrillazione ventricolare anziché un’Asistolia/Pea ed ha già ricevuto un’iniziale RCP da astanti. Inoltre l’utilizzo di questo dispositivo ha permesso di agevolare significativamente il lavoro dell’infermiere, poiché una volta avviato si sostituisce in tutto alla compressione manuale, permettendogli così di svolgere più agevolmente le restanti manovre rianimatorie (somministrazione di farmaci, ventilazione, ecc.). Il tempo di allestimento in vivo sembra essere superiore a quello previsto dalla ditta produttrice, ma non si segnalano difficoltà
nell’allestimento, applicazione ed utilizzo.
Conclusione: il dispositivo LUCAS 1™ si è dimostrato utile nella realtà indagata, ma è necessaria una ricerca multicentrica in Italia per una più precisa valutazione sull’efficacia dello strumento. Potrebbe servire però un maggior training per velocizzare l’applicazione. Si è dimostrato che l’inizio precoce della RCP da parte dei testimoni è l’unico fattore in grado di modificare la sopravvivenza. Risulta fondamentale continuare ad aumentare la conoscenza della RCP nella popolazione per affrontare subito l’ACC.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Martina Cancian, Antonio Gheno, Maria Benetton. "La rianimazione cardiopolmonare con un compressore toracico (Lucas 1™). Uno studio retrospettivo." Scenario 2 (2011): 16-19

L’Ipotermia Terapeutica dopo Arresto Cardio-Circolatorio: valutazione del trattamento secondo protocollo terapeutico.

Di Massimo Muzzi, Davide Lastrucci, Azzurra Macinai

Introduzione: è ampiamente suggerito dalla letteratura che l’ipotermia controllata in pazienti selezionati vittime di arresto cardio-circolatorio (ACC) rappresenta uno strumento fondamentale per la prevenzione del danno neurologico, in particolar modo quello secondario alla ripresa di un adeguato ritmo perfusivo (ROSC), danno da riperfusione. A oggi vi sono varie pubblicazioni di secondo livello che confermano che l’utilizzo dell’ipotermia terapeutica nelle ore successive all’ ACC porta benefici sia in termini di sopravvivenza sia di outcome neurologico favorevole valutati dopo 6 mesi dall’evento.
Materiali e metodi: i dati raccolti fanno riferimento al periodo compreso dal 1 Gennaio 2008 al 31 Dicembre 2009. Il protocollo ha previsto tre fasi: la prima chiamata “di raffreddamento” durante la quale i pazienti sono stati raffreddati fino ad una temperatura
compresa tra 32° e 34°, la seconda “del mantenimento” dove è stata mantenuta la temperatura all’interno dell range previsto e la terza “di ritorno alla normotermia” dove i pazienti tornano spontaneamente alla normotermia.
Risultati e discussione: dall’analisi dei nostri risultati possiamo affermare che i tempi medi di raffreddamento, mantenimento e ritorno alla normotermia sono stati coerenti con le indicazioni del protocollo. Le complicanze legate alla procedura, quali ipertermia, iperglicemia, poliuria, sanguinamenti e insorgenza di lesioni da decubito sono state gestite efficacemente dagli infermieri secondo le indicazioni del protocollo e dei protocolli specifici di reparto.
Conclusioni: in sintesi, sulla base dei dati emersi, possiamo affermare che, il protocollo per la gestione dell’ipotermia terapeutica costruito ed applicato dal reparto di Rianimazione Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, è efficace nell’induzione, nel mantenimento dell’ipotermia e nel ritorno alla normotermia.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Massimo Muzzi, Davide Lastrucci, Azzurra Macinai. "L’Ipotermia Terapeutica dopo Arresto Cardio-Circolatorio: valutazione del trattamento secondo protocollo terapeutico." Scenario 2 (2011): 20-23

Gestione della terapia insulinica nel paziente critico con protocollo infermieristico: monitoraggio, somministrazione e complicanze.

Di Alberto Lucchini, Maria Laura Rosario, Stefania Magrì, Herman Bondi, Dario Minotti, Christian De Felippis, Maurizio Sasso, Mikaela Ciucur

La gestione della terapia insulinica in perfusione continua nel paziente critico in terapia intensiva, richiede un controllo stretto dei valori di glicemia.
Obiettivo: mantenere valori glicemici nel range 80÷140 mg/dl, attraverso un controllo stretto della glicemia e ridurre gli episodi di ipo e iperglicemia.
Metodo: sono stati selezionati 60 pazienti, 30 del 2007 e 30 del 2009, sottoposti alla somministrazione di insulina a perfusione continua per unminimo di 48 ore. Il protocollo del 2007 prevedeva un range di 80÷110 mg/dl mentre quello del 2009 aumenta la tolleranza fino a 140 mg/dl.I dati raccolti rappresentano l’andamento dei valori glicemici dell’intero periodo di osservazione, associato alla variazione della dose di somministrazionedell’insulina.
Risultati: la media glicemica dell’intero campione è 135.09 mg/dl (±16.41) con una media insulinica di 2.09 UI/h (±1.29). Il 34.5% dei valori ha una glicemia >140 mg/dl, il 12.8% delle glicemie > 200 mg/dl, il 4.3% < 80 mg/dl e lo 0.2% < 40 mg/dl. Nel 2007 abbiamo una media glicemica di 130.5 mg/dl (±16.6) con una media insulinica di 2.4 UI/h (±1.5); nel 2009 una glicemia media di 140.2 mg/dl (±14.9) e una quantità media di insulina 2 UI/h (±0.7). Il numero di rilevazioni totali è 3685, con una media giornaliera di 8.2, di cui 153 rientrano nella fascia di ipoglicemia (3,49%).
Conclusioni: l’adozione di protocolli medico-infermieristici condivisi, aiuta il team infermieristico nel raggiungimento e nel mantenimento dei target glicemici concordati oltre a limitare le complicanze ipoglicemiche che, insieme alle iperglicemie (anche se in misura ridotta), aumentano il carico di lavoro infermieristico.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Alberto Lucchini, Maria Laura Rosario, Stefania Magrì, Herman Bondi, Dario Minotti, Christian De Felippis, Maurizio Sasso, Mikaela Ciucur. "Gestione della terapia insulinica nel paziente critico con protocollo infermieristico: monitoraggio, somministrazione e complicanze." Scenario 2 (2011): 24-30

Tecniche di rilevazione della pressione venosa centrale (PVC) e affidabilità delle misurazioni

Di Antonella Ricci, Fernando Tomasone

Obiettivi: scopo dello studio è correlare due diverse tecniche di rilevazione della pressione venosa centrale (PVC), la misurazione con colonna ad acqua e la misurazione con trasduttore di pressione per verificare se vi sono differenze significative nella determinazione dei valori pressori.
Materiali e metodi: il campione è costituito da pazienti di età compresa tra 16 e 87 anni, di entrambi i sessi (10 M e 10F), selezionati presso l’U.O. di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale “A. Cardarelli” di Campobasso. La Pressione Venosa Centrale è stata misurata sullo stesso paziente utilizzando la tecnica manuale con manometro ad acqua e la tecnica elettronica con trasduttore di pressione.
Risultati: i valori pressori rilevati sono stati correlati calcolando gli indici di correlazione statistica di Pearson (r) che è stato pari a 0,9 e dell’erre quadro(Rq), pari a 0,89. Le due tecniche mostrano una correlazione positiva, pertanto non si evidenziano variazioni significative per giudicare più o meno affidabile una delle due tecniche di rilevazione della PVC.
Conclusioni: le due tecniche di misurazione della PVC garantiscono gli stessi risultati. Ai fini clinico-assistenziali è possibile utilizzare indistintamente le due tecniche di misurazione della PVC. Tuttavia, a livello operativo è utile evidenziare i vantaggi e gli svantaggi delle due procedure di misurazione.

(Articolo disponibile solo all'utente Socio)

Antonella Ricci, Fernando Tomasone. "Tecniche di rilevazione della pressione venosa centrale (PVC) e affidabilità delle misurazioni" Scenario 2 (2011): 31-33