Non si intende qui parlare di singole persone, interpellate direttamente sull’argomento o richieste di un parere teorico. La risposta, a parte qualche frangia cinica,, sarebbe positiva.
Ma per essere concreti, si deve guardare all’insieme delle persone, la società, ed alle sue regole di convivenza applicate.
Nessuna persona esiste da sola. Le forme della convivenza sono il risultato degli interessi reali delle persone che si confrontano
e decidono. Se noi infermieri guardiamo i fatti, sembra di percepire una sopportazione di questa società verso l’assistenza. Al di là del numero assoluto di infermieri assunto dalle strutture, delle notevoli
risorse, dei materiali ed attrezzature per l’assistenza, della struttura organizzativa con questa finalità, ecc… la nostra sensazione
finale è che, comunque, l’assistere sia nei fatti considerato un complemento relativamente secondario di un sistema che si autoalimenta. Un qualcosa, l’assistenza, che non si può non provvedere, visto che alle persone si deve badare quando si fa sanità e una forma di supporto a coloro che hanno problemi di salute si deve pur garantire... Una sorta quasi di fastidio da gestire.
L’importante, il celebrato, il preteso da tutti è l’ultima diagnostica, le tecnologie più avanzate, l’ultimo farmaco miracoloso,
il massimo sempre e subito insomma.
Certo, l’informazione pubblica su questi temi non aiuta, anzi, induce disinformazione ed illusioni. Né viene in soccorso il modello di società indicato in modo martellante con tutti i mezzi ed in tutte le
forme. L’ideale promosso è l’individualismo mentre la solidarietà è indirizzata agli idealisti illusi. L’assistere, di sua natura non fa parte del pensiero dominante, qui da noi. Logico che l’assistenza diventi un marginale complemento ad altro. Anche quando,
raramente, si riesce ad interloquire con chi dovrebbe comprendere che cosa concretamente è oggi assistere (perché vede tutti i giorni l’assistere e ne sfrutta i risultati in prima persona) il discorso in
breve si concentra altrove o semplicemente cade. Solitari illuminati si rendono conto e sono disponibili. Isole.
Esperienza quotidiana di tristi ma realistiche constatazioni, purtroppo. Assistere, “prendersi cura” è il riferimento degli infermieri. Non una serie di interventi (tra l’altro, sempre più sterminati) in base a procedure o protocolli preconfezionati.
Si tratta di stare accanto alle persone con problemi di salute, nel modo più supportivo e nelle forme più approfondite possibile.
Da tutti i punti di vista: scientifico certo, ma anche umano in senso lato. Stare accanto, esteso alle comunità familiari a cui le persone stesse appartengono. Una grande parte del prendersi cura è costituita da rapporti di integrazione, con persone, altri operatori, sistemi interni e altre organizzazioni. La “posizione”nel sistema, di chi assiste, dello “stare accanto”, è un luogo privilegiato per cogliere sia gli snodi critici che necessitano di miglioramento, come
anche i primi segni di esperienze assolutamente nuove che oggi, si stanno realizzando sotto i nostri occhi. Per tutti quindi, infermieri e non, riuscire a fare tesoro di questo osservatorio dovrebbe rappresentare un’opportunità, e dovrebbe diventare un impegno
approfondire la capacità di analizzare situazioni, problemi ed operatività per lavorare sempre verso il miglioramento del prendersi cura complessivo. Il nuovo e lo sconosciuto che costantemente si
presenta, obbliga a mettere assieme tutte le conoscenze e le capacità di qualunque natura per comprendere e risolvere i problemi.
Di fatto, siamo ancora qui a constatare una macroscopica arretratezza culturale sociale nelle capacità/disponibilità di risposta alle esigenze di un’assistenza nuova delle persone. Dov’è una reale analisi dei bisogni di assistenza, di oggi, e un adeguamento
delle risorse? Sono i numeri e i livelli formativi (specializzazioni risicatissime, talvolta ancora paramediche più che infermieristiche)
congruenti con richieste assistenziali complessive (delle persone, dell’operatività e delle organizzazioni) avanzatissime ed in costante evoluzione? Dov’è, in questa crisi economica che devasta le vite (e generata dall’individualismo senza sfreni e perfettamente legale!),
un riequilibrio della destinazione delle risorse (sempre in relativo calo per la sanità) su base demografica ed epidemiologica (aumento di anziani con polipatologie, ecc…)? … e ci fermiamo qui.
Illusorio pensare di bloccare lo sviluppo delle conoscenze e tecnologico che è giusto ed irrinunciabile. Ma quanti si
chiedono assistere, oggi, che cosa significa? Monitorare ed eliminare il dolore? E la sofferenza? Che cosa significa confort in situazione di criticità di vita, con decine di attrezzature che perforano il corpo? Garantire relazioni umane e ritmi di vita accettabili anche durante la malattia e non essere segregati? Garantire la libertà
di un’autonomia consapevole nelle scelte sulle proprie cure, del proprio modo di vivere il processo del morire o il finevita?
Anche qui ci fermiamo… Questo assistere è un interesse di questa
società. Ma la società non è nelle condizioni di rendersi conto, prima di essere purtroppo coinvolta singolarmente come persone,
che questo oggi è assistere. Tardi per decisioni politiche molto complesse. La sfida anche etica che ci sta di fronte è di quelle forti; tanto più in un contesto storico scarsamente si sostegno, forse
addirittura depressivo.
Lavorare a tutti i livelli per un’informazione diffusa che sia educativa sui temi di salute, malattia, vita e morte e sulla
consistenza dell’assistere. Scommettere sulla fiducia: apprezzare il
nuovo, le idee diverse, sicuri che la solidarietà e la cooperazione moltiplicano gli effetti di tutti i tipi di risorse disponibili. Gli infermieri sono questa possibile nuova risorsa di consapevolezza.
Elio Drigo. "Ma assistere è veramente un interesse di questa società?" Scenario 2 (2010): 3-3
Introduzione: l’importanza della cura del cavo orale nei soggetti ricoverati nelle TI è indiscutibile alla luce della correlazione fra infezioni delle vie respiratorie e cattiva condizione della bocca ma la valutazione sullo stato di salute delle fauci non rappresenta una pratica abituale. Nelle rilevazioni infermieristiche spesso l’unico parametro preso in considerazione e registrato, è la presenza o meno di protesi dentarie.
Obiettivi: valutare la comparsa/risoluzione di affezioni del cavo orale nei pazienti ricoverati in ambiente intensivo utilizzando delle scale di valutazione ad hoc e correlare il dato con di alcuni fattori come tempo, stato mentale, supporto respiratorio.
Materiali e Metodi: per tre mesi consecutivi le condizioni del cavo orale dei pazienti di due terapie intensive di un ospedale di Modena sono state valutate in tre distinti momenti dal ricovero: all’ingresso, dopo 48-72 ore e dopo 7 giorni.
Risultati: circa il 31% dei nuovi ingressi presenta alterazioni della condizione della bocca, le affezioni del cavo orale sono più frequenti nella popolazione con età superiore a 70 anni (54%) e non intubati che vengono ricoverati in terapia intensiva per problemi respiratori (51%). Nel tempo si assiste alla risoluzione delle affezioni stomatologiche nei soggetti con vie aeree non protette e un peggioramento delle condizioni della bocca nei pazienti intubati a carico dei quali, tardivamente, tendono a verificarsi lesioni alla rima buccale e sanguinamenti della mucosa.
Conclusioni: le condizioni del cavo orale variano nel tempo e in funzione del tipo di supporto respiratorio. Valutare lo stato di salute della bocca nel tempo può essere utile per individuare la frequenza, la tecnica e gli strumenti di cura più adatti e quindi
più efficaci.
(Articolo disponibile solo all'utente Socio)
Mirella Molinari, Gabriella Tenna, Liliana Batrinoiu, Lorenza Ferrari, Leonardo D’Ambrosio, Francesca Maioli. "Accertamento dello stato del cavo orale in T.I.: studio multicentrico M.O.C.A." Scenario 2 (2010): 4-9
Introduzione: le ustioni sono fra le più frequenti cause di morte accidentale. La qualità delle cure prestate nelle prime ore successive all’ustione ha il maggior impatto sui risultati a lungo termine.
Obiettivo, strumenti e metodi: indagare lo stato dell’arte delle cure prestate da parte degli infermieri del 118 al paziente con ustione maggiore da calore sul territorio del centro-sud Italia. È stata effettuata una survey postale elettronica rivolta ai coordinatori di 42 centrali operative (CO) del centro-sud Italia dal 6/11/08 al 21/11/08
Risultati: sono stati restituiti 28 questionari compilati (67%). 19 (68%) (CO) ha protocolli scritti per il trattamento dell’ustione maggiore, di cui 11 realizzati da gruppi di lavoro interni. 6 CO usano i protocolli Advanced Trauma Life Support. 4 CO li stanno elaborando, e 3 non lo ritengono necessario per la scarsità di casistica. Soltanto 5 CO hanno usato una revisione bibliografica estensiva, e solo in 5 casi la bibliografia è aggiornata a dopo il 2006. Tutte le CO dotate di protocolli usano la regola del nove per il calcolo della superficie corporea ustionata nell’adulto, ma
solo 8 (42%) usano formule matematiche per il reintegro volemico nello shock da ustione, mentre 7 (37%) si avvalgono delle classi dello shock ipovolemico, e 4 (21%) non le adoperano affatto. I criteri di centralizzazione sono equamente derivati dalla manualistica, dai protocolli American Burn Association, e da indicazioni dei centri ustioni ustioni italiani. 9 CO utilizzano teli bagnati per coprire la superficie ustionata, contro solo 3 CO che usano teli sterili asciutti e 2 cling film. L’analgesia è perlopiù erogata con morfina (12 CO), e a boli endovenosi (8 CO).
Conclusioni: nel centro-sud è presente una quota relativamente elevata di CO senza protocollo. Sono possibili disomogeneità nei criteri di centralizzazione, e si rilevano divergenze importanti anche sugli aspetti assistenziali più consolidati in letteratura.
(Articolo disponibile solo all'utente Socio)
Fabio Tanini, Stefano Bambi. "L’approccio dei sistemi di emergenza extraospedaliera alla persona vittima di ustione grave: survey multicentrica sul territorio italiano del centro-sud" Scenario 2 (2010): 10-15
La musicoterapia si dimostra un efficace trattamento complementare per la riduzione dello stress, ansia e dolore. La ricerca ha trovato che la frequenza respiratoria e cardiaca oltre all’ansia si riducono dopo una sessione di musica in pazienti sottoposti a ventilazione meccanica. Pochi sono invece gli studi svolti nei pazienti in coma e con trauma cranico nella fase critica sebbene per le informazioni limitate vi sia evidenza che la musica riduca l’agitazione e lo stato confusionale, migliori l’umore e faciliti la comunicazione.
Scopo: un gruppo di infermieri delle terapie intensive dell’ospedale di Udine ha elaborato un protocollo sulla stimolazione sonoro-musicale in collaborazione con un musicoterapeuta, allo scopo di adottare una linea di condotta uniforme che rispecchi le evidenze scentifiche. L’implementazione di tale protocollo comporterà un successivo studio osservazionale sugli effetti della musica e degli stimoli sonori correlati al comportamento di pazienti tra i 15 e 65 anni, affetti da trauma cranico, ESA, post-neurochirurgici e neurolesi, a 72 h dal ricovero sino alla fase riabilitativa.
Metodo: il protocollo si compone di una scheda di anamnesi sonoro-musicale, di interventi distinti secondo le competenze infermieristiche e musicoterapiche ed in base al livello funzionale-cognitivo attuale del paziente (secondo la Level Cognitive Function); oltre ad una fase di valutazione degli interventi tramite scale di valutazione neurologica, scale di agitazione/sedazione, registrazione dei parametri vitali e dei tempi di svezzamento.
Si prevedono i seguenti risultati: una riduzione degli episodi di inerzia e/o di agitazione psicomotoria e disorientamento nella fase di risveglio, ridotto uso dei mezzi di contenzione; maggior regolarità dei ritmi sonno-veglia; rinforzo dell’attenzione selettiva e dei riferimenti spazio-temporali; ridotti tempi di svezzamento.
Tutto questo sarà svolto nell’ottica di ottimizzare i tempi di degenza, migliorare la qualità di vita e accelerare la fase riabilitativa.
(Articolo disponibile solo all'utente Socio)
Debora Cesar, Sonia Basso, Clelia Postir. "L’uso della musicoterapia in rianimazione nel paziente con patologia cranica. Sperimentazione di un protocollo integrato" Scenario 2 (2010): 17-25
Contesto: le possibilità offerte dalla tecnologia ampliano l’ambito delle decisioni di fine vita e introducono i concetti di accanimento terapeutico ed eutanasia in un momento storico in cui tale dibattito è ampiamente presente nel contesto sociale. Qualunque sia la posizione etica del professionista le definizioni di accanimento terapeutico e di eutanasia sembrano apparentemente chiare ma gli interrogativi nascono nella quotidianità della pratica clinica.
Per approfondire la conoscenza di tali problematiche, dopo aver introdotto alcuni concetti teorici ed una sintesi dei riferimenti giuridici e deontologici, si è sviluppata un’indagine descrittiva.
Obiettivi: conoscerne la rilevanza e descrivere conoscenze, opinioni e comportamenti rispetto alle decisioni di fine vita di infermieri e medici che operano in U.O. dove si presentano tali situazioni.
Materiali e metodi: A 324 infermieri e 151 medici è stato somministrato un questionario articolato in 16 items a risposta multipla ripresi in parte, rielaborandoli, da altre indagini finalizzati a descrivere le conoscenze, le opinione e i comportamenti in parallelo relativi a accanimento terapeutico vs eutanasia; l’ adesione complessiva è stata del 67%.
Discussione e risultati: la maggioranza degli infermieri e dei medici si è trovato davanti a casi di accanimento terapeutico. Gli interventi considerati prevalentemente come accanimento terapeutico sono stati: rianimazione cardiopolmonare, indagini diagnostiche invasive ed interventi chirurgici ad alto impatto in paziente inguaribile/con breve aspettativa di vita. Il 61,1% degli infermieri e il 45,8% dei medici ritiengono sempre accettabile che una persona richieda di anticipare la fine della sua vita. Il 15% degli operatori ha prescritto/eseguito un trattamento con l’ intenzione di anticipare la fine della vita in un paziente inguaribile e/o terminale. Al 50,4% degli infermieri e al 38,9% dei medici è stato richiesto di
anticipare la fine della vita da parte di pazienti e questa richiesta ha provocato tristezza nel 62,8% degli infermieri vs il 44, 8 % dei medici e frustrazione nel 27,4% vs il 38,8 %.
Conclusioni: emerge l’ esistenza del problema, risulta più chiaro il significato di accanimento terapeutico, meno definito è quello di eutanasia e degli interventi che si possono configurare come eutanasici; si evidenzia la presenza di opinioni e atteggiamenti molto diversificati con delle differenze fra le due professioni e vengono confermati in parte i dati presenti in letteratura o emersi in precedenti indagini. La quotidianità può portare il professionista a utilizzare strategie e tecnologie, dimenticandosi dei sentimenti, delle emozioni e del vissuto della persona assistita Sono sicuramente necessari interventi formativi per gli operatori sanitari rispetto le decisioni di fine vita e le problematiche correlate, che per approfondire gli aspetti della sofferenza della persona che necessita di sostegno e di accompagnamento nel processo del morire. La presa in carico della persona è dell’équipe e sicuramente la condivisione in team del processo decisionale potrebbe comprendere meglio tutti gli aspetti della persona; discutere di quello che accade al letto del morente può permettere di riflettere, di identificare tutti i valori in gioco e di prendere le migliori decisioni per l’ assistito.
(Articolo disponibile solo all'utente Socio)
Patrizia Di Giacomo, Debora Lami, Amedeo Corsi. "Le decisioni di fine vita: la percezione di medici e infermieri" Scenario 2 (2010): 26-36
Introduzione: l’esperienza della morte e del lutto è spesso poco considerata in Pronto soccorso. Lo scopo del presente lavoro è di proporre un approccio organizzato ai vissuti emozionali di chi ha perso un familiare in Pronto Soccorso.
Materiali e metodi: una sintetica revisione della letteratura sull’assistenza al lutto per morte inattesa e improvvisa e una breve analisi del processo di elaborazione del lutto sono state utilizzate per fornire solide basi alle scelte operative proposte.
Risultati: molti studi hanno indicato alcune azioni di aiuto: garantire un’area riservata ai familiari, fornire sostegno emozionale, permettere di stare e di vedere il deceduto, manifestare le ansie e il dolore.
Conclusioni: l’articolo suggerisce una linea guida per un’assistenza ottimale ai familiari dei pazienti deceduti. Un approccio più “umano” da
parte dei sanitari è molto apprezzato dai familiari.
(Articolo disponibile solo all'utente Socio)
Nicola Ramacciati. "Quando si muore in Pronto Soccorso: approccio ai vissuti emozionali" Scenario 2 (2010): 37-46